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NEL MIO STATO

La tirannia e il desiderio della prossima cosa da dire

La tirannia delle cose da dire

A questo punto del film Guido Anselmi avrebbe detto: “Una crisi di ispiration? E se non fosse per niente passeggera signorino bello? Se fosse il crollo finale di un bugiardaccio senza più estro né talento?”.

Sì. Sì, lo so. Lo so. C’ero quando l’ho detto. In questo articolo avrei dovuto parlare di come si fa la carbonara. Bene. Ma non ho dato la parola d’onore. Quindi.

E quindi, mi scuso se vi ho fatto procurare gli ingredienti per nulla.

Immagine la tirannia cibo

Quindi, come al resto dei narratori incapaci, ma astuti, farò passare un difetto per capacità, dicendo: “Era una tecnica di… Beh, di narrazione inattendibile”.

A proposito, non siamo arrivati ai saluti ma, un saluto a tutti i narratori inattendibili ma astuti.

Quindi, io e me stesso, insieme, (che saluto), abbiamo constatato che per la letteratura non ho talento,  ma per la cucina sono peggio; sporco tutto sia in cucina che nella letteratura.

Ma tralasciando le mie dubbie doti culinarie trattiamo ciò che sarà il nocciolo dell’articolo, con cui vi vorrei stuzzicare; capacità e incapacità.
Nel duemilaventi la questione è ancora se si ha o no talento? A qualcuno di voi importa oggigiorno del talento?

Va bene, oggigiorno si parla di diritto alla parola. Nel duemilaventi la questione è ancora se si ha o no il diritto di dire ciò che si dovrebbe dire? E chi attribuisce questo diritto?  Ovvio, ovvio; a me come a voi.

Ma l’artista, mi chiedo; se non sappiamo chi lo attribuisce dovremmo sapere chi lo difende questo diritto. L’artista?

A questo punto del film prenderebbe parola Daumier: “Ci sono già troppe cose superflue al mondo, non è il caso di aggiungere altro disordine al disordine…

No, mi creda…distruggere è meglio che creare quando non si possono creare le poche cose necessarie…

E poi, c’è qualcosa di così chiaro e giusto al mondo che abbia diritto di vivere?

Siamo soffocati dalle parole, dalle immagini, dai suoni che non hanno ragioni di vita, che vengono dal vuoto a vanno verso il vuoto.

A un’artista, veramente degno di questo nome, non bisognerebbe chiedere che quest’atto di lealtà: educarsi al silenzio…

Immagine X Art 6 N 2

Lo so, lo so; adesso è passato il quarto d’ora di notorietà, sarebbe meglio ritirarsi sul proprio arschin di tempo a riflettere; come Raskolnikov.

Adesso, è arrivato quel momento in cui si capisce la consistenza dei riflettori; se sono fari per le navi o luci deboli come lampadine del presepe.

Adesso è arrivato il momento in cui ci si fa delle paranoie e tra me e voi io sono quello che se ne fa di più; di paranoie. E tra me e voi, io sono tra i meno indicati a parlarne.


Ma sia delle gioie che dei dispiaceri, parlo per me, della letteratura non butterei nulla.
Sarebbe bello rimanere sul proprio Arschin di tempo come Raskolnikov a riflettere. Ed è lì che mi vorrebbero un sacco di colleghi. Ma a differenza di Raskolnikov e per vostra fortuna; non ho nessuno delitto da confessare. Almeno non ancora.

Preferisco immaginarmi Palahniuk, magari chiuso in una mansarda mentre scrive le righe che compongono il mini saggio: “Realtà e narrazione…”

Resti nel tuo mondo di narrazione finché non lo distruggi. E ne riemergi per tornare a stare con gli altri.

Se il tuo mondo narrativo venderà a sufficienza t’imbarcherai in un tour promozionale. Rilascerai interviste. Ti ritroverai proprio in mezza alla gente. Un mare di gente. Gente, fino a che della gente non ne potrai più. Fino a che non impazzirai dalla voglia di scappare, di rifugiarti in...

In un altro delizioso mondo narrativo.

E così via. Da soli. Insieme. Da soli. Insieme.”

Storcete il naso, vi vedo. Pure questa è letteratura, che sia oro o lerciume. Giusto o immorale.

Immagine X Art 6 N 3

Concludo sperando di lasciare qualche spunto per riflettere;

Vuoi il quarto d’ora di notorietà? Certo. Ognuno vuole il proprio quarto d’ora di notorietà, e ne farà un quadro inestimabile solo ai propri occhi. Ma non ha importanza.

Dove sta il reato? Tutti a rincorrere il fiume della falsa umiltà? Se qualcosa è guadagnato perché avere paura? Come vi si dovrebbe togliere?


Diceva Hemingway: “Lui (lo scrittore) lavora da solo, e se è uno scrittore abbastanza bravo deve essere in grado di affrontare l’eternità, o la sua mancanza, ogni giorno.”

O Faulkner: “I giovani  che scrivono  oggi hanno dimenticato i problemi del cuore umano in conflitto con sé stesso…perché solo di questo vale la pena scrivere…


In otto e mezzo mi ricordo di come Fellini racconta la confusione che prova il protagonista. E del continuo andirivieni, vuole stare solo ma con gli altri. E poi c’è il critico che continua a ripetere che lui non è un artista.


Fatto sta; nel gruppo ci sarà sempre qualcuno che dirà: “Non sei un’artista! Non hai: il diritto, l’autorità, il permesso, il consenso…l’omologazione per dire…”, ma questo deve fare parte dello stare solo e con gli altri.
Fa parte della letteratura. Ne vale la pena.

La tirannia e il desiderio della prossima cosa da dire ultima modifica: 2020-12-04T06:47:00+01:00 da Ivan Lo Pizzo

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